Wednesday, March 28, 2007

La Turca
November 14th, 2005 by puskas


La turca per i più è un tipo di cesso.

Per me è una ragazza che voleva darmela, ma poi l’ha data ad un danese.

Ci credevo davvero. È arrivata tutta sinuosa, sembrava Amanda Lear. Io di ghiaccio come al solito con i sudori freddi. Avevo iniziato a parlarci sul pontile di una nave in mezzo al danubio, che poi che cazzo ci facevo lì.

E lei che parlava e io che le dicevo dei rimorchiatori di rotterdam, le navi intendo. E lei che mi ascoltava e il danese seduto dietro di lei che le guardava il culo. Mica diceva niente, forse era più ubriaco di me, ma cazzo se sapeva guardare. Questo mi sa che ha fatto la differenza.

E si che mi ero vestito anche per bene, con il vestito e tutto.

Era vestita che sembrava una di quelle che fa pattinaggio su ghiaccio con il vestito tutto di pajettes e lustrini e azzurro e veli e…..mah. Bella, una bella ragazza, una bella turca e non è un idraulico di Instanbul a dirlo, per chiarire.

E parlava di lei, che aveva viaggiato che aveva avuto un moroso rifugiato politico e io intanto che pensavo che la cosa più politica e rifugiata che avevo fatto era chiudermi nei bagni del liceo a limonare durante le occupazioni (poi autogestioni). E mi raccontava di montagne e gli altipiani dell’Anatolia e io pensavo al Monte Grappa e ad Asiago e al Montello. E io che prendevo freddo in camicia e basta e il danese che guardava.

Ora, abbiamo attraccato, ma mi sono perso e distratto. Ho lasciato la turca e sono stato agganciato da una svedese che per i più è una ragazza proveniente dalla Svezia e basta. Mi ha detto che nella sua lista di preferenze maschili ero al terzo posto, poi ha corretto dicendo secondo, dopo suo marito…..mah, sarà stato per via del mal di mare. Mi ricordo me l’ha detto in una enorme stanza, non c’era nessuno, era a poppa. C’era una tavola enorme piena di dolci e io che le ho portato un piatto pieno di creme e mignon. Lei ringraziava, non so. Poi sono arrivati i camerieri e ci hanno mandato via dicendo che erano le due di notte e che se rimanevamo, ripartivano per il Nord con un viaggio organizzato dal dopo lavoro ferroviario di Dresda. Mai in gita coi tedeschi! Abbiamo riso.

Ho recuperato la giacca che avevo lasciato su un ripiano. Qualche dotto l’aveva usata come panno vileda per assorbire un vajont di cabernet sauvignon.

Una volta sulla terra ferma, abbiamo messo insieme un’allegra combricola e qualcuno ha detto che andavamo a Mosca altri a Cuba. Alla fine siamo andati in un centro commerciale, in locale che si chiamava Cuba Libre in piazza Mosca. A quel punto ho capito.

Ci siamo andati a piedi. Io, un chioggiotto arrivato con un barcone dei pescatori di vongole, un cinese di Prato, una norvegese e una svedese, non c’era il marito.

La strada era in salita e i taxi passavano a ricordarci che ne avremmo potuto prendere un paio.

La mia giacca si appiccicava un pò al cappotto, un pò alla camicia a seconda del passo. Qualcuno correva, io arrancavo. Una volta arrivati e entrati, ho ordinato Una Cerveza!, il cameriere mi ha guardato e giudicato, io A BEER! Non c’era Combai Segundo, ma un campionario di giovani ungheresi e prostitute a far festa. C’erano anche altri italiani.

Poi sono andato a pisciare e andando ho visto la turca che beveva una Ceres. Ho iniziato a far confusione tra birre danesi, turche, bagni e la mia cerveza a cuba.

Abbiamo ricominciato a parlare poco furori del cesso, adesso mi parlava della musica e dei dervishi e a me veniva in mente Battiato e le cavigliere del katakali. Sono andato a pisciare e un tipo si stava lisciando i capelli con l’acqua. Il danese.

Mi sono buttato in pista, ma qualcuno sostiene che stessi solamente muovendo le ginocchia avanti e indietro con i pollici in tasca. La turca allora si è avvicinata e ha fatto tutti dei movimenti scendeva e rislaiva, mi parlava a due centimetri dalla faccia di non so che cosa, mi sembrava di essere un palo per la lap dance. Fonti attendibili e sobrie narrano che la parola „palo��? si addiceva alle mie movenze e che i miei bio ritmi sembravano semplicemente andati. „gone!��? continuavano a dirmi da lontano.

Dietro a lei che si dimenava, c’era il danese che le guardava il culo.

A quel punto è arrivato l’olandese, di Rotterdam. E l’ha rimorchiata, nel senso che l’ha portata via, e l’ha guidata nei canali e nelle chiuse del porto olandese. Io l’ho lasciata andare e avevo i pollici in tasca.

Poi è tornata, non so cosa si siano detti, ma sta di fatto che appena ho girato lo sguardo l’ho vista su un divametto a smorza candela sul danese, che vista la posizione non poteva più gurdarle il culo. Sono rimasto lì a ballare ancora un’ora, con le ginocchia avanti e indietro e pollici in tasca.

Ho preso il primo tram del mattino e ho camminato fino a casa, mi sono mangiato due hamburger.

Ho aperto la porta di casa e mi sono fiondato al cesso, che a casa mia fortunatamente non è una turca.

1 comment:

enver said...

ah, la globalizzazione dei chioggiotti... li trovi dappertutto ;) (tipo qua)

complimenti per la scrittura, avanzi delle vongole (cfr. caparòssoli)